Lavorare giocando: il gioco in Logopedia

di Marina Tomatis, Logopedista

“Il gioco è una cosa seria. Anzi, tremendamente seria”: così diceva Jean Paul, un celebre pedagogista tedesco già nell’Ottocento.
Non si può non dargli ragione: il gioco è espressione di sé, è libertà.

Sì, proprio nel gioco si può ritrovare un’autentica libertà poiché tutti i partecipanti ad un’attività ricreativa sono alla pari, tutti devono rispettare le regole affinché il gioco stesso possa sussistere e quindi nel gioco c’è la certezza di godere di pari diritti. Nell’attività ludica, tutti i giocatori possono adoperare un controllo sulla realtà che altrimenti non si sarebbe ancora in grado di esercitare. Quando si gioca non esiste più un distacco tra l’educatore e l’educando e la terapia perde quella dimensione di sforzo e coercizione.
Giocare significa semplicemente svolgere un’attività che sia divertente ed intrinsecamente motivante: essa può essere centrata sull’esplorazione sensoriale, sulla sperimentazione motoria, oppure può presentarsi con un carattere rappresentativo, immaginativo, di finzione etc…

Tutti i giochi sono utili a sperimentare, conoscere, rielaborare, consolidare ed aggiornare le proprie conoscenze per poi farne buon uso nella quotidianità. I giochi rappresentano stimoli allo sviluppo motorio, linguistico ed intellettivo; sono strumenti per l’esplorazione e la conoscenza del proprio corpo e di quello degli altri, degli oggetti, del mondo, delle proprie emozioni, della propria capacità di pensiero, della propria progettualità, memoria, coordinazione, creatività e fantasia.

L’attività ludica è inoltre un veicolo privilegiato di socializzazione e comunicazione, trasmette l’importanza delle regole, permette lo sviluppo della consapevolezza delle altrui emozioni ed intenzioni.
Non a caso, la capacità di un bambino di mettere in atto un gioco simbolico (gioco del “far finta”) costituisce un indice favorente e stimolante il suo sviluppo del linguaggio. Di fatto, l’abilità di un bambino di potersi rappresentare azioni e oggetti mentalmente per poi simularne l’uso in un contesto ludico è un prerequisito per lo sviluppo della capacità nel bambino di attribuire ad essi un’etichetta verbale.
Ecco allora che il gioco è davvero una cosa seria; per tale motivo spesso il logopedista valuta lo stile e le tipologie di attività ricreative messe in atto dal bambino in seduta o riferite dai genitori e, successivamente, considera quali attività ludiche proporre per acquisire determinate competenze legate allo sviluppo di abilità comunicative.
I giochi proposti possono ricercare obiettivi terapeutici quale il rispetto dell’alternanza del turno o il conseguimento di un’attenzione condivisa su un gioco. Tutto ciò può essere mirato, a seconda del caso, a potenziare la capacità del bambino di commentare, dichiarare o richiedere verbalmente e non verbalmente, così da aumentare la possibilità di scambio comunicativo e di interazione con lo stesso.

CARATTERISTICHE DEL GIOCO

Ogni gioco terapeutico ha una serie di caratteristiche come l’accessibilità del gioco: l’attività va adeguata al livello di sviluppo del bambino; e la tipologia del gioco: il gioco può essere, ad esempio:

senso-motorio

Mediato dall’esplorazione sensoriale e dalla manipolazione dell’oggetto. Anche in presenza di tali giochi si può lavorare su obiettivi quali l’alternanza del turno e l’attenzione condivisa: ad esempio, il terapista e il bambino possono fare le bolle di sapone a turno, il logopedista commenta le azioni del bambino mentre fa le bolle, la grandezza delle bolle e quando queste scoppiano.

Causa-effetto

In genere l’azione del bambino o del terapista determina un effetto; tale conseguenza può essere commentata in diretta dal terapista. Questa attività stimola anche le capacità logiche. Sempre nel giocare con le bolle di sapone, il bambino e il terapista possono scoppiarle con le dita a turni. Da ciò si può notare che un gioco può appartenere a più tipologie in contemporanea.

Funzionale

Riguarda il riconoscimento delle funzioni di oggetti reali, ad esempio individuare come è fatto e come funziona un oggetto di interesse e poi riprodurne l’uso.

simbolico

Semplice o con sequenze di azioni: si simulano attività più o meno complesse, come dare da mangiare a una bambola, metterla a dormire, vestirla etc. Il terapista in genere commenta in diretta le azioni che si svolgono, ripetendo più volte le frasi, riformulando le parole ed espandendo le frasi prodotte dal bambino mentre gioca, impartendo ordini al piccolo.

Attraverso sequenze di gioco simbolico si possono inventare storie e stimolare anche le competenze narrative del bambino, ad esempio usando delle macchinine si può immaginare che una macchina della polizia stia inseguendo dei ladri e poi proseguire con una serie di avventure.
Il gioco simbolico può essere con tutti gli oggetti che sono richiesti per l’azione o senza alcuni di essi: ad esempio, si può fingere di dare da mangiare alla bambola usando un biberon finto oppure fingendo di imboccarla senza avere realmente nulla in mano (gioco immaginario).

Il livello di astrazione del gioco è differente in base alla capacità del bambino. Inizialmente, si può proporre la sostituzione dell’oggetto (nell’esempio, il biberon) con un altro, magari più piccolo (ad esempio, un pezzo di carta) provando a far finta di usarlo come l’utensile di riferimento (gioco di finzione).

gioco di gruppo

A volte si possono strutturare piccoli gruppi terapeutici. I giochi proposti possono essere più o meno complessi, possono richiedere più o meno regole, più o meno partecipanti e prevedere abilità differenti (capacità logico-astrattive, capacità motorie e di coordinazione etc). Esempi di gioco di gruppo possono essere una rivisitazione di Taboo o di Indovina chi, per i bambini ed i ragazzi con una capacità linguistica adeguata a tali attività, oppure anche banalmente il Gioco dell’oca, memory o un semplice gioco di carte.

Un gioco utile per aumentare l’efficacia comunicativa nei bambini può essere quello di cercare a turni di fare indovinare nomi e verbi proposti dal logopedista agli altri partecipanti con gesti, suoni, rumori e drammatizzazioni.
La posta in gioco: in base a quanto il gioco sia di per sé già più o meno premiante, si può decidere di stabilire delle ricompense alla fine dell’attività, così da potenziare la partecipazione del bambino in corso d’opera.
La durata dell’attività: un gioco deve avere un inizio ed una fine ben definiti e circoscritti nel tempo e tale durata deve essere modulata in base alle capacità attentive e di autoregolazione del bambino.
Gli obiettivi: per ogni attività proposta deve essere ben chiaro al logopedista quali sono le finalità del gioco in termini terapeutici. Ad esempio, se viene proposto un memory, le finalità possono essere potenziare il rispetto dell’alternanza del turno, ricercare l’attenzione condivisa, lavorare sulla memoria, lavorare sui lessici (selezionando determinate immagini di oggetti di cui si vuole stimolare l’acquisizione del nome) oppure rinforzare la produzione di un determinato suono della lingua (fonema) – come ad esempio, usare nel memory immagini di oggetti che iniziano tutti con la “P” per allenare la produzione del fonema (la foto di una palla, di un ponte, della pasta etc).
Scelta del materiale: gli oggetti vanno selezionati e personalizzati in base agli obiettivi del gioco e agli interessi del bambino.
Partecipazione dei genitori: importante sarà per il logopedista coinvolgere il genitore, informarlo sugli obiettivi terapeutici del gioco, stimolare ed addestrare i genitori a riprodurlo a casa.
Gli interessi del bambino: alcuni bambini prediligono giochi che richiedano azioni fisiche e manipolazioni, altri preferiscono giochi che non richiedano invece grossi impegni fisici. È importante stilare una lista di quelli che sono gli interessi del bambino e cercare il più possibile di usare i giochi che gli piacciono in terapia oppure di predisporre un premio che si sa essere ben apprezzato dal piccolo quando si fanno giochi meno graditi.

Più il gioco proposto è interessante per il bambino, maggiori saranno i risultati ottenuti. Non riesce difficile crederlo, pensando anche solo a come, per noi adulti, sia più piacevole fare un lavoro che stimoli i nostri interessi. Non a caso ho scelto di fare la logopedista!

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Marina Tomatis, Logopedista di Arenzano (Genova)- marina.tomatis2@gmail.com – 3478392126

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2 pensieri su “Lavorare giocando: il gioco in Logopedia

  1. Mchiara says:

    Molto chiaro e utile per chi si avvicina al mondo dei bambini, sia esso un professionista in formazione o un genitore o un curioso del mondo dell’infanzia.

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