L’INGRESSO. ARRIVARE A CASA.

Kidsmodulor_L'ingresso_titolodi Adriana Correa Machado – Kids’Modulor

Come vedete l’ordine di questa rubrica risponde a una logica sequenziale inversa … ci allontaniamo sempre di più dagli spazi intimi e oggi, dopo aver percorso tutti gli ambienti, arriviamo all’ ingresso.

Non poteva mancare questo piccolo spazio che, anche se di dimensioni ridotte, ha esigenze precise e determina un momento importante della giornata.
Arrivare a casa spesso vuole dire lasciare tutto il “peso” e le fatiche del mondo esterno per entrare in quello che dovrebbe essere il nostro spazio di quiete, di pace, di serena informalità. Mamma Logopedista nel suo articolo lo chiama “catarsi” e il termine mi sembra giusto perché ci restituisce l’idea di “liberazione”.
L’ingresso: spazio di transizione.
L’ingresso come spazio all’interno delle abitazioni arriva dai romani. Nell’antica architettura romana il “vestibulum” era uno spazio sontuosamente costruito fra la strada e la porta d’ingresso delle case di persone ricche, antistante l’atrio. Era lo spazio dove attendevano, al coperto ma senza entrare in casa, le persone che si recavano alla dimora per diverse richieste.
Ritroviamo spesso lungo la storia dell’architettura spazi con la funzione del vestibolo. Un esempio che mi è molto familiare è il “zaguán”, nell’architettura spagnola, particolarmente del territorio dell’Andalucia. Era un corridoio che si estende tra la porta d’ingresso propriamente e la porta che da verso la strada. Non aveva nessun tipo di arredamento, la sua unica funzione era quella di fungere da transizione tra la strada e l’abitazione.
Nelle nostre case moderne questo spazio ha perso le sue connotazioni specifiche per fondersi in una concezione di spazio aperto che lo integra al soggiorno, ma anche se di dimensioni ridotte o di contorni sfumati, è uno spazio che ha delle richieste specifiche perché determina il passaggio dal esterno all’interno: l’arrivo a casa.
I rituali dell’ingresso.
Come tutti i momenti importanti della giornata, l’ingresso a casa è scandito da una serie di rituali. Sono momenti importanti non solo per gli adulti ma anche per i bambini, che traggono sempre sicurezza da queste piccole “certezze” della giornata e per i quali può essere stimolante imparare a realizzarli da soli.
Togliersi le giacche.
Che sia un armadio o un semplice attaccapanni, è bene che i bambini abbiano la possibilità di deporre e prendere comodamente le loro giacche, cappotti, maglioni. Per insegnarglielo è bene tenere presente alcune semplici accortezze:
• Per i bambini (soprattutto per i più piccoli: 2-3 anni) è molto più facile appendere i loro cappotti quando hanno un appiglio ben chiaro. E’ auspicabile allora preferire le giacche e cappotti che hanno un piccolo nastro apposito per essere appesi. Insegnateli (fin da piccolissimi) a trovarlo e a utilizzarlo, vi assicuro che lo impareranno prestissimo.
• I bambini possono imparare fin da piccolissimi a indossare le giacche da soli. Ecco un esercizio montessoriano che consente loro di farlo facilmente (forse lo conoscete, ma per qualcuna può sempre essere una scoperta):

kidsmodulor_giacca copia
stendere la giacca di rovescio (con il cappuccio rivolto verso il basso) di fronte al bambino;
fargli inserire contemporaneamente le due braccia nelle maniche;
Girare le braccia verso l’alto;
La giacca è indossata!

Non dimenticate di disporre di un cassetto ad altezza bambino per deporre le sciarpe, guanti e berretti.
Togliersi le scarpe.
In numerose culture è abitudine togliersi le scarpe prima di entrare, o all’ingresso, in casa. Anche se questa non è una usanza tipicamente italiana, trovo che sia una saggia abitudine per due ragioni fondamentali: per motivi igienici e per motivi di benessere fisico.
Prendiamo inspirazione dallo “genkan” (spazio d’ingresso nelle case giapponesi) : il pavimento è ribassato di un gradino rispetto al resto della casa e si distingue per il materiale: è fatto in cemento o coperto da un rivestimento in piastrelle o marmo mentre gli altri solitamente sono in legno.

 

Genkan-M9774

http://en.wikipedia.org/wiki/Genkan

 

Le scarpe, una volta tolte, sono posizionate sul “tataki”(pavimento dello “genkan” ) guardando verso la porta, mentre le ciabatte dei proprietari e quelle degli eventuali ospiti sono posizionate sul pavimento in legno della casa nella direzione opposta .
Trovo in questa semplice separazione una meravigliosa sintesi che prende i suoi principi dall’utilità, ma lascia al tempo stesso largo spazio alla poesia. Il pavimento ribassato all’ingresso è pronto ad accogliere lo sporco che viene dalla strada, mentre quello di casa, ad un livello più alto, non entra in contatto con le impurità esterne. Il primo è rivestito di un materiale freddo (cemento, piastrelle) e facilmente lavabile; il secondo offre il suo calore e morbidezza come accogliente invito ad entrare in casa.

Il semplice gesto di salire un gradino definisce un netto distacco tra un livello e l’altro: segna fisicamente il passaggio tra l’esterno e l’interno attraverso un movimento di ascensione verso l’intimo, posto ad un livello superiore.
Oltre agli aspetti igienici il fatto di non indossare le scarpe dentro casa consente un rilassamento dei muscoli del piede e una maggiore libertà di movimento che, nel caso dei bambini piccoli, è indispensabile per un sano sviluppo del piede durante i primi anni.
Nell’ingresso sarebbe buono disporre di una piccola panchina o divanetto dove sedersi e delle mensole o spazi dove lasciare le scarpe in uso.
Lavarsi le mani
Ecco un altro piccolo gesto per segnare questo passaggio. Le nostre mani durante la giornata fuori raccolgono tutte le impurità (tradotte in germi e batteri) che si trovano all’ esterno. Abituarsi a lavarsi le mani all’entrare in casa ci aiuta nella prevenzione di malattie e a mantenere un ambiente più pulito all’interno delle nostre case.

Lasciare le cose.
Un ultimo appunto riguarda le cose che ci portiamo in giro e che dobbiamo lasciare quando entriamo in casa. Borse, zaini, ombrelli, chiavi, corrispondenza devono trovare un posto definito per evitare giri inutili andando a cercare questi oggetti sparsi per casa.
Magari nell’ingresso riusciamo a dare uno spazio allo svuota tasche, oggetto che trovo funzionale e poetico, e che consente di “liberarsi” (quel senso di catarsi di cui parlavamo all’inizio) di quelle piccole cose che raccogliamo per strada e che abitano nelle nostre tasche: qualche scontrino, le fortunate monete di un resto dimenticato, i minuscoli giochi dei bambini. Troviamoci pronti a svuotare non solo le nostre tasche ma anche le nostre menti; lasciamo fuori le cose che appartengono alla strada, dedichiamoci a stare in casa sereni e spensierati!

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Non perdetevi il prossimo ed ultimo post:  Il balcone, Guardare fuori.

 

 

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6 pensieri su “L’INGRESSO. ARRIVARE A CASA.

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