Trattamento logopedico dei Disturbi del Linguaggio: il ruolo del gioco

di Chiara Baioli, Logopedista

Quando il proprio figlio accede ad un percorso logopedico per un disturbo o difficoltà più specifiche del linguaggio, è naturale per un genitore chiedersi in che modo il logopedista organizzerà il lavoro, come riuscirà a coinvolgere il piccolo su questi aspetti e a quali tecniche farà ricorso per stimolarne il linguaggio.

Premesso che ogni situazione è differente, e che il logopedista deve essere in grado di capire quale metodologia si adatta meglio al bambino che ha di fronte, è possibile individuare nella letteratura almeno tre modalità di approccio logopedico: quello diretto, quello naturalistico e quello ibrido.

Secondo l’approccio diretto, il logopedista raggiunge gli obiettivi del trattamento attraverso tecniche proposte direttamente al bambino e ricorrendo ad un tipo di materiale strutturato e orientato a favorire la produzione verbale attraverso l’imitazione e la ripetizione. Secondo questa modalità le diverse attività sono appositamente costruite sulla base degli obiettivi specifici linguistici da raggiungere: tomboline di parole o frasi, giochi dell’oca predisposti su determinati suoni, figurine da denominare o da riconoscere.

I modelli naturalistici sono incentrati sul bambino e permettono una stimolazione linguistica globale: in questo caso il logopedista segue le attività proposte dal piccolo, ricorrendo ad alcune tecniche come il Self-talk, cioè il parlare di ciò che si sta facendo, o il Parallel-talk, ovvero il verbalizzare quello che il bambino sta facendo; per esempio, durante il gioco delle costruzioni, il logopedista dirà:  “Io metto il pezzo rosso sopra quello blu” oppure “tu hai appena costruito una torre altissima”. In questo modo si allena il bambino a prestare attenzione al messaggio verbale e si rinforza la comprensione linguistica.

Gli interventi ibridi, infine, rappresentano una via di mezzo fra le due tecniche sopra descritte, poiché è il logopedista raggiunge gli obiettivi partendo dalle attività e dai giochi preferiti dal bambino. Si tratta quindi di un approccio calibrato sul profilo comunicativo del piccolo, che considera le abilità attualmente presenti individuando la zona di sviluppo potenziale, ovvero quel che il bambino è pronto per apprendere grazie all’aiuto dell’adulto. In questo senso, l’intervento partirà non dalle aree più deficitarie ma da quelle emergenti, che possono cioè essere stimolate e supportate: per esempio un suono che il bambino riesce a ripetere in sillaba, lo si può allenare ad inizio di parola; oppure, se un bimbo produce in modo stabile la combinazione di due parole, può essere stimolato sulla frase a tre elementi.

La scelta dell’approccio e delle modalità di intervento dipende dal tipo di patologia e dalla propria esperienza; nel mio caso la modalità privilegiata, soprattutto con bambini molto piccoli, resta il gioco. Il logopedista che adotta questa modalità dovrebbe prima riconoscere in quale fase di gioco si trova il bambino, concentrarsi sulle attività ludiche da lui preferite e successivamente partire da queste per inserirvi adeguate stimolazioni linguistiche.

È probabile che, di fronte ad un forte ritardo del linguaggio, anche il gioco risulti immaturo o poco strutturato; il linguaggio possiede infatti una funzione regolatoria sia sul gioco che sul comportamento del piccolo. Se un bambino possiede buone capacità linguistiche, queste faranno da guida nell’organizzazione del gioco correlando positivamente anche con il comportamento: una maggiore attenzione al linguaggio lo porta a comprendere meglio le regole del gioco, a rispettare il turno dell’interlocutore, a costruire il significato delle azioni proprie e altrui, ad utilizzare in modo efficace l’imitazione.

Per tutte queste ragioni la scelta di seguire l’interesse del bambino e di agganciarlo con i giochi da lui preferiti è spesso la chiave per la conquista della fiducia del piccolo e dei suoi genitori, e di conseguenza generalmente rappresenta la base di qualsiasi intervento sui disturbi del linguaggio in età evolutiva.

La parte più difficile del nostro lavoro con i bimbi può essere quella di “togliersi le vesti” di dottori e mettersi fisicamente al livello del piccolo e capire che cosa vuol dire in quel momento, per lui e per noi, giocare. Ciò non significa semplicemente insegnare delle parole o delle regole, ma costruire un vero e proprio rapporto di comprensione, in cui pronunciare bene un suono o ripetere correttamente una parola rappresenta solo un piccolo successo all’interno di un ben più grande progetto.

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Dott.ssa Chiara Baioli Logopedista – chiara.baioli@gmail.com – 339.5965436 LARCIANO (PT) – EMPOLI (FI)

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BIBLIOGRAFIA

I Disturbi del Linguaggio: caratteristiche, valutazione, trattamento* – Marotta, Caselli; 2014 – Erickson Logopedia in Età Evolutiva – 

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